Tarots – The High Priestess

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Carta numero II

 

“Consegnami il tuo santo peccato. Ne farò medaglia da appuntare al petto.”

 

E scoprì che i propri passi non producevano alcun rumore. Non un accenno. Non un solo ticchettio di tacco. Non un calpestare di suola. Nulla.

Lei c’era. Di questo poteva essere certa. Eppure era come non poter realmente prendere parte al grande gioco della vita. O come entrarci, insidiarsi dentro di lui, da estranea. Viverlo da infiltrata. Da imprevisto. Più simile a un concetto, a una deviazione del pensiero, che ad una persona.

<Non potrai>.  La voce dell’uomo che aveva accanto si addensò all’interno dell’atmosfera. Scavò un tunnel nel silenzio.

Stavano camminando. Non avrebbe saputo dire da quanto tempo. Né verso quale presunta meta. Sapeva solo che poteva seguirlo. Che doveva. Seguirlo. Quando erano usciti fuori da quel teatro clownesco e psichedelico, non c’era stato bisogno neanche di dirselo. Si erano armonizzati sulla base di un accordo mai stipulato. Così era. E così sarebbe comunque andata.

<Non potrò cosa?>

Disappunto. Se c’era un sentimento che s’annidava dentro di lei, era esattamente quello.Quella sensazione non aveva la faccia maligna del risentimento, né il sorriso beffardo dell’astio. Detestava i limiti. Probabilmente, li aveva sempre detestati, chiunque fosse stata prima di diventare quell’Arlecchino. Trovava che fossero un atto estremo di maleducazione. Una forma di scortesia proposta e opposta dalla realtà . Un vicolo cieco in uno scorrere altrimenti possibile.

<Lo sai perfettamente. Ma se proprio hai bisogno di sentirtelo dire, non potrai tornare indietro.>

Il suo accompagnatore, quello che s’era presentato con il nome di John Milton, non la stava guardando. Contemplava una strada di notte. Un sentiero brillante di pioggia già avuta. Rimirava il suo saper specchiare i palazzi. Capovolgendo. Il mondo. Rendendolo una claustrofobica vertigine di se stesso.

Lei lo sentì prendere un respiro enorme. Come volesse colmare i propri polmoni d’aria. Avidamente. Riuscire a intrappolare nel proprio petto quanta più ne poteva. Fame. Era una forma di fame quella di Milton. Si domandò quale fosse la sua storia. E perché fosse tanto familiare la sua presenza. “Siamo già  stati.” Le aveva risposto questo. “Stati”cosa? Amanti? Amici? Compagni di viaggio? E quando? Se lei non poteva avere memoria di nulla, allora non poteva essere proprio nessuno.

<Ma se non so nemmeno chi diavolo sono, come faccio a voler tornar…>

Una vecchia Wolkswagen sfrecciò loro accanto, sollevando schizzi d’acqua a ridosso di lei. D’istinto imprecò e attese di avvertire quell’orribile sensazione di viscida umidità sul suo abito multicolore. Contro un buon numero di leggi della fisica quell’acqua sporca non riuscì a lasciarle la minima traccia. Era come se un’intangibile barriera si fosse frapposta tra l’Arlecchino e l’automobile. Iniziò a domandarsi come fosse stato possibile. Per via di quale astruso artificio o giochetto del Surreale. Si chiese se non fosse morta. Se quello non fosse altro che una sorta di viaggio astrale del suo pensiero, dopo una prematura quanto ignota dipartita. Ma, concluse, nessun defunto si immaginerebbe mai vestito da Arlecchino. Almeno questa ipotesi, per il momento, poteva scartarla.

Finché non la vide. Ad una distanza infinitesimale da se stessa. Una sagoma. Seduta a terra. Addossata contro il muro di un ufficio postale deserto. Aveva i capelli grigi e scompigliati come il fumo prodotto da una bocca nervosa. E sulla testa un cappello d’un bordeaux sdrucito con una serie di perline sfilacciate. Le sue mani erano segnate da venature rigonfie. Pensò ad infiniti affluenti che non cercano altro che di giungere al mare. Ma là qual era il mare? Dov’era il fiero Oceano in quella creatura caduta in disgrazia?

<Chi è quella donna?>

<Lei si chiama Ettie. Ed è una Sacerdotessa. >

<Che sciocchezze vai dicendo, John?> Gli parlò con sufficienza. Fu come rispolverare un vecchio copione già  recitato un miliardo di volte. La nauseava ed esaltava al tempo stesso. Quello non si scompose affatto.

<A suo modo lo è. Poiché conosce la vita, Arlecchino. Poiché acconsente, affinché scorra. Perché è quando la blocchiamo, mio Signore, o mia Signora, che noi la offendiamo. >

<Ma non vedi che non ha nulla?> Non avrebbe saputo percepire il freddo. Né un eccessivo calore. Ormai questa era divenuta una certezza. Per lei tutto si manteneva più o meno in un ovattato tepore, ma per Ettie doveva trattarsi di una notte gelida. Lo intuì dal modo in cui quella si stringeva sotto un vecchio scatolone di una marca di marmellate.

<Ha abdicato ad ogni letto, poichédalla terra è nata e nella terra confida.E’ Il Cielo la sua cupola. E il suo tempio si estende fin dove il tuo sguardo sa giungere. Ha conosciuto le colpe degli uomini e la loro improvvisa misericordia. E, alla fine, ha imparato che non esiste che un solo Peccato.>

E, nell’ascoltarlo, l’Arlecchino d’istinto provò ad avvicinarsi a quella clochard. Qualcosa in quel suo cuore intirizzito provò a opporre resistenza. Si destava, pur rifiutandosi di battere. Incastrato nella sua stessa immobilità quell’organo divenutole pressoché inutile. Voleva parlarle. Salvarla. Ma salvarla da cosa? E come? Che cosa aveva da offrire? Come poteva proporle una vita migliore, se neppure per se stessa possedeva una vita?

<Quale…voglio dire…quale Peccato?>

<Non essere disposti a Sentire. Non mettersi in gioco, Arlecchino.>

<Io…io voglio fare qualcosa per lei…>

<Lei sta vegliando, mia Signora. E’ una guardiana delle speranze altrui. Di quanti hanno affidato a parole scritte un destino da compiersi. Per questo si trova davanti a questo edificio. Là  dentro attendono lettere d’amore, di sfratto, di cordoglio, di congedo. Là dove miliardi di intenti dimorano come stelle. Con il suo regno di cartone e stracci. Lei, a suo modo, le custodisce.  Lei ha scelto di battersi per gli altri, nel modo migliore che conosca. >

<Perché?> E le uscì stupidamente. Sbadatamente. Con quella distrazione che solo un’autentica curiosità  sa produrre.

<Perché un corriere, tanto tempo fa, le consegnò gli ultimi pensieri di qualcuno che credeva di aver perso definitivamente. E’ il suo modo di ripagare il mondo. E’…un saldare un debito. Tutti noi dobbiamo pagare il conto, prima o poi. Alla fine, quando sentì che era arrivata una fine, lei scelse che non lo fosse del tutto.>

E per quanto l’Arlecchino desiderasse avvicinarsi, proteggerla, si limitò  a chinare il proprio corpicapo scintillante. Il suo costume risplendeva sotto la luce avvolgente di un lampione. Era il suo rispetto. Era il suo tentativo di rendere omaggio. Decine di campanellini suonarono, rivelando il loro assenso. E un Regno, un Regno tutto che in suo nome si muoveva, in una notte di ottobre, onorò una Scelta.

 

 

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Listenin’ to : Angel Gabriel- I can fly

Hai presente la sensazione che si avverte quando ci si sveglia dopo una colossale sbronza? Quando ancora il mondo è in apnea. E pare lo stiano allestendo. Per te. E hai. Dio se ce l'hai. Quella vaga percezione di aver vissuto qualcosa di Fantastico. E qualcosa di Terribile. Prova a pensarci... ci passiamo tutti. Prima o poi. Se uno scrittore riesce a farti provare questo. Sapere qualcosa di lui non può aggiungere nulla.

  • Adriana Bonomo

    Ero totalmente rapita. Ha evocato in me il ricordo di un libro che ho letto tantissimo tempo fa. La leggenda del re pescatore. Come un morceau de Madeleine..

  • Mary

    Estasi. Semplicemente, estasi…

  • berenice

    …apnea…non c’è tempo, non c’è luogo, amore e conoscenza non hanno nè orologi nè bussole….mi hai fatto trattenere il respiro per tutta la durata dell’articolo!

  • http://www.evedelirio.com Eve Delirio

    Il sapermi letta da voi costituisce uno stimolo immenso per me.
    Innanzitutto per l’illimitata Stima che nutro nei vostri riguardi.
    Grazie. Siete una meravigliosa Stella Polare per me.

  • roberta

    leggerti è sempre un onore.. Ti voglio bene, adoro la purezza dei tuoi sentimenti.

  • http://www.evedelirio.com Eve Delirio

    E’ un onore per me averti come lettrice. Anche se lontana. Così vicina.