Dialogo di un sogno

ceccoli5

“La cosa peggiore che potrebbe capitarti è non avere più tempo” quasi sussurrò la sagoma spettrale.
Non si capiva dove iniziassero i suoi contorni e dove finisse il fumo della sigaretta dal quale era avvolta.
“Sì..forse” pensai fra me e me.
Tempo. Alla presenza di certe persone sembra spandersi illimitatamente e terminare altrettanto inaspettatamente.
Era così quando camminavamo andando da qualche parte, quando l’osservavo leggere, quando mi torturavo tentando di non addormentarmi per continuare a riempire gli occhi della sua forma, distesa, quieta.
Il tempo era infinito.Tutto lo era. Tutto veniva irrimediabilmente inghiottito in un immenso istante, un immenso spazio, sguardo, gesto, sentimento.E così era anche la bellezza che scandiva i contorni evanescenti di quella realtà, immortale.
Un peso difficilmente sostenibile dalle ginocchia, indomabili nell’eterno tentativo di sorreggere la paura per la consapevolezza di quanto accadesse. Sognare, era questo che accadeva.
“È che a volte i sogni pesano troppo”  sussurrai tra me e me.
“Come?” fece in tono aspro l’informe.
“No niente”. Scossi il capo. Nel farlo, gettai involontariamente un occhiata all’estremità  sinistra del tavolo. Non so esattamente quando, da dove, ne come era arrivato un bicchiere di vetro, spesso, con dentro un liquido paglierino.
Rabbrividii al pensiero che potesse essersi materializzato dal nulla.  Forse c’era sempre stato, senza che io me ne accorgessi.
“Bevi ?” mi invito la creatura.
Avvicinai il bicchiere. “Whisky” dissi tra me e me.
I miei occhi si immersero nel liquido risucchiati dal colore semi dorato.
“Sai, questo e’ stato il mio Natale” ironizzai amaramente, accompagnando la frase da uno stentato mezzo ghigno.
“Il tuo Natale?” chiese incuriosita.
“Sì, sai cos’è il Natale?” domandai.
“Certo che sè!” ribatté stizzita.
“Ok comunque sì. Pensavo fosse l’unico modo per far passare più in fretta quella giornata” continuai. “Ricordo ancora le luci fucsia del bar..e le strade che al mattino si rigiravano su se stesse..”.
“Ghgh” fu la sua risposta. Presumo ridesse.
Mandai già un abbondante sorso. Mi sentii bruciare bocca gola e sterno quasi contemporaneamente e per un attimo mi sembro che il liquido fosse risalito dallo stomaco fino ai bulbi oculari inondandoli.
La creatura batté la sigaretta per far cadere la cenere e fece un tiro.
“Pensi di essere l’unica?” chiese.
“A far cosa?”
“Ad aver portato il peso dei sogni” specificò.
“Non saprei, credo di no.”
“Il Natale che stringi tra le mani ha molti più amici di quanti tu creda. Comunque non è di questo che intendo parlare”. Espirò a lungo e un’altra nuvola si aggiunse a quelle presenti nella stanza.
“Sai perché il peso ti ha schiacciata?” fece interrogativa.
Scossi il capo.
Sorrise. “Perché hai smesso di credere”.
Rimasi attonita.
“In realtà non ti andava più di sostenere, tutto qua”.
Le parole, tanto inaspettate quanto vere, presero ad agitarsi nella mia mente come le palline del flipper, rilanciate innumerevoli volte per dare tempo alla mia presa di coscienza.
Alla fine mi arresi. Era vero.
Vivere con la paura di svegliarsi da un sogno era diventato lacerante, e così anziché continuare a combattere, mollai l’elsa senza accorgermene.
“La Bellezza non è per tutti. Ed il sogno è parte di essa, è la proiezione mentale che facciamo del suo concetto.
Chi decide di abbracciarla deve portare con se una dose maggiore di coraggio altrimenti è preferibile essere realisti” concluse.
“Quindi è come vivere una menzogna? Bisogna essere più forti per credere in una bugia?” domandai confusa.
“No. Il sogno e’un interpretazione della tua realtà, quella in cui scegli di credere e le dona un senso. Il che nella maggior parte dei casi si identifica con l’ideale di bellezza che ognuno di noi da a ciò che ha intorno, ma potrebbe benissimo accadere che qualcuno si lasci guidare da qualcosa di più annichilente, come stai facendo tu.”
“Io?”
“Sì, sei tu che scegli di lasciare le armi e calarti in una realtà  distorta per cercare di giustificare la tua mancanza di volontà ” concluse.
Rabbrividii. Probabilmente era vero. Probabilmente era tutto, maledettamente, vero. Ma da quando era iniziato tutto questo?
“E riguardo all’essere realisti?” domandai.
Fece un altro tiro ed espiro.
“I realisti non credono. Accettano in modo neutrale ciò che gli si pone davanti” fece lavativa.
Dalla finestra s’insinuò la luce del vespro, fioca, cosi come la musica che l’accompagnava, una vecchia canzone dal titolo “All flowers in time”, la cui provenienza era difficile da percepire.
“E adesso?” mi chiesi inquieta.
“Adesso devi solo decidere ” aggiunse sorridendo e spegnendo la sigaretta.
“Decidere cosa?”.
“Cosa fare sulla questione”.
“Eh? Ma io non posso decidere proprio nulla, le decisioni sono già  state prese a loro tempo. Non ho mica la facoltà  di cambiare il corso degli eventi”.
“Ah non puoi ?”.
“No, non posso!”.
Non riuscivo a capire dove volesse arrivare a parare, e il discorso cominciava ad infastidirmi, tanto più che non avevo nessuna voglia di annegare in illusioni partorite dal super-io di un essere venuto da chissà  dove.
“Sei un essere libero, no?” domandò.
Tentennai qualche secondo. Speravo tanto non fosse una domanda ambigua.
“Credo di si” risposi perplessa.
“Bene. Considera che, essere liberi, significa essere circondati da un’orda di possibilità . Essere liberi significa: avere la possibilità  di scegliere”.
“Ma io non vedo come. Non ho niente in mano..” pensai arrendevole.
“O forse tutto ma non lo vedi” osservò compiaciuta.
“Del resto è abbastanza comune non riuscire a vedere, perdersi,quando la prospettiva non ha confini. Esattamente come le possibilità  che ti accompagnano, degnale di uno sguardo almeno!”.
“Come posso fare?..Ma come si fa a sostenere un sogno quando si è già svegli, a combattere per la Bellezza quando non hai più forza, a non riuscire più a credere per la paura?” domandai disperata e confusa.
“Questa è una cosa che solo tu puoi capire, o meglio, volere..”. Fece l’occhiolino.
Ormai era quasi buio. Accesi la luce della cucina e presi un bicchiere d’acqua.
Mi voltai verso la creatura, intenta a formulare per bene il concetto che avevo in mente. Trasalii e rimasi paralizzata. Il bicchiere che tenevo tra le mani cadde e cosparse il pavimento di piccoli frantumi rossi, molto simili ai coriandoli gettati dai bambini la settimana prima della quaresima.
Strizzai gli occhi più volte e tentai di scostare il fumo che fino ad un momento prima avvolgeva Quell’Ombra nel tentativo di ritrovarla, ma era sparita. Dileguata, nel nulla.
Mi colse un orrendo sentore accresciuto dal balenare di una domanda inevitabile: stavo impazzendo?
Quelle parole, quei ragionamenti, quei discorsi, li avevo fatti da sola? C’era davvero, Qualcosa, che adesso sembrava essersi smaterializzata del tutto?
Cominciai a sudare freddo. Il mio cervello s’intasò, sofferente nel tentativo di sopportare una serie interminabile di congetture. Il sangue incalzava sempre di più sulle tempie. Il respiro divenne implacabile.
D’un tratto le sedie, il tavolo, i pezzi del bicchiere sul pavimento, tutto, si espanse soppiantato da una luce bianca.

La mia perdita di coscienza fu interrotta dal rumore degli artigli del gatto, intento a graffiare il vetro della finestra nel tentativo di aprirla.
Provai ad alzarmi, un dolore lancinante alla testa rendeva la cosa piuttosto difficile. Era come se mi avessero ripetutamente sbattuto una lastra di cemento sul lobo frontale.
Aprii la finestra e il gatto mi ringraziò strusciandosi addosso. Diedi un’occhiata fuori.
Era una bellissima mattina. L’aria era densa di vapori, probabilmente provenienti dalle stufe dei venditori ambulanti di caldarroste, e il sole illuminava quanto bastava, sfumando i muri degli edifici e le strade d’ocra.
Era il colore che avevo sempre immaginato per il sentiero di mattoni gialli del regno di Oz.
Mi decisi ad uscire. Arraffai un paio di pantaloni, un maglione e mi vestii.
Salutai il gatto, che come sempre, avrebbe aspettato che tornassi seduto sull’uscio della porta che richiusi alle mie spalle.
Scendendo le scale tornarono in mente immagini e frasi della sera prima, archiviate chissà  dove nel mio inconscio, che in qualche modo mi avevano spinto ad uscire di casa quella mattina.
Una mattina qualunque, in cui sarei potuta rimanere a letto come spesso succedeva in quei mesi, affossata nell’angoscia e nella paura di affrontare un giorno nuovo.
Aprii il portone e fui investita anch’io dall’ocra che aveva tinteggiato l’ambiente circostante.
Per non so quale strana associazione di idee, la vista di quel colore mi fece venire in mente una delle ultime parole concessemi da quella singolare presenza. Inspirai e iniziai a camminare: “Possibilità” mi dissi. “Possibilità” .
Non sapevo con chiarezza cosa avrei fatto del sogno in cui avevo smesso di credere, così come non sapevo dove mi avrebbero condotto i miei passi quel giorno. Avevo capito però che la mia visone non poteva essere assoluta. Che avevo la possibilità di scegliere, se credere o no, ritornare a combattere per la Bellezza, tentare di sostenere il peso di un sogno ancora una volta.

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